Direitos Humanos, Imigração, Itália, Política Internacional, Refugiados

Pena di Vita

All’inizio di ogni estate, si ripetono le stesse scene: traghetti avanti e indietro; crociere di lusso si snodano tra le isole greche, sostando a Barcellona, Malta, Palermo o Napoli; innumerevoli turisti vengono a godersi lo splendido scenario. Il traffico navale estivo nel Mediterraneo è molto ben organizzato, tranne per coloro che cercano sicurezza e salvezza, sfuggendo dagli orrori della Libia.

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Fonte: @sosmediterranee

Nel 2015, questa terribile situazione ha motivato il capitano della marina mercantile Klaus Vogel a fondare l’ONG SOS Mediterranée, che insieme a Medici Senza Frontiere, è una delle poche organizzazioni non governative ancora attive nelle acque che separano il Nord Africa e il Sud Europa. Nelle acque internazionali, la guardia costiera libica ha ridisegnato la mappa inventando una “zona di influenza”, sostenuta, o almeno non ostacolata dalla silenziosa complicità dell’Unione Europea e dell’Italia.

Esistono, tuttavia, piccoli fattori attenuanti per comprendere una posizione italiana così controversa, intollerabile ma esplicabile. Intrappolata da uno tsunami populista (non diversamente dalle sue pari occidentali) qui c’è un grande sentimento di abbandono nei confronti del rapporto con il blocco europeo. Il Trattato di Dublino e le sue numerose revisioni stabiliscono che gli immigrati clandestini, al loro arrivo sul territorio europeo, possono solo cercare protezione internazionale, rifugio o qualsiasi forma di regolarità documentaria nei paesi in cui sono entrati, creando così un sovraccarico disonesto negli Stati del sud e allontanando qualche tipo di co-divisione tra gli altri membri del blocco.

Italian Northern League leader Matteo Salvini speaks during a political rally with a banner reading "Italian first" in the back in Milan
Il leader della Lega Nord Matteo Salvini durante una manifestazione politica con uno striscione con la scritta “Italian first” sul retro a Milano, in Italia, il 24 febbraio 2018. REUTERS / Tony Gentile

Dal punto di vista della politica interna, di fronte a questo grande flusso demografico e ai “rovesci” dei partner europei, è comprensibile che Roma abbia cercato i propri mezzi per affrontare la situazione. In questo contesto, inoltre, i leader anti-europei, con tendenze nazionaliste e flirtando con la xenofobia, hanno trovato terreno fertile per ascendere al potere (in vista dello slogan “Prima gli italiani” del partito di destra arrivato al Palazzo Chigi, insieme a un nuovo movimento anencefalico e senza posizionamento definito chiamato 5 Stelle). Tuttavia, agli occhi dei diritti umani, ciò che è accaduto è una battuta d’arresto inammissibile.

Dalla metà del 2017, quando il governo italiano attraverso il ministro dell’Interno Marco Minniti, ha deciso di sponsorizzare le attività di Fayez Al Sarraj (capogruppo che controlla Tripoli, capitale della Libia), il numero degli sbarchi nella costa siciliana è diminuito notevolmente. Ciò ha creato un falso senso di soluzione al problema, in quanto i numeri hanno mostrato una riduzione degli sbarchi del 70% rispetto all’anno precedente. Tuttavia, a pochi chilometri di distanza, il teatro tragico e disumano nelle carceri e nei campi di concentramento libici ha continuato ad esistere, con gli stessi personaggi, le stesse storie, la stessa sofferenza, ma ora senza la possibilità di un lieto fine.

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Fonte: @kepafuentes_personal

Dopo tutto, da un anno a questa parte, i fondi pubblici italiani finanziano una guerra civile dall’altra parte del Mediterraneo, soldi questo travestito da “trattato di cooperazione internazionale” che costringe i civili, coloro che hanno lasciato i loro paesi a causa di persecuzioni religiose e politiche, matrimoni forzati, guerre, miseria, ecc., a rimanere in uno degli angoli del mondo in cui violazioni dei diritti umani, torture, morte rappresentano la normalità.

Quando, per miracolo, le navi precarie non affondano, i passeggeri vengono riportati dalla guardia costiera libica ai campi di concentramento e alle prigioni da dove sono scappati. Le nuove navi della guardia costiera libica pattugliano non solo le acque territoriali stesse, ma creano una “zona di influenza” in alto mare che offende la legalità internazionale, rendendo difficile l’attività delle poche ONG che continuano ad operare. Sono ancora lì, le ONG, anche se temono che ogni salvataggio sarà l’ultimo o che le autorità italiane ed europee impediranno loro di sbarcare o bloccare le loro azioni (la giustizia italiana ha accusato i comandanti della nave della ONG Open Arms di “associazione criminale” quando hanno salvato 218 vite e non li hanno restituite alla Guardia costiera libica – Ricordate QUI il caso).

Pertanto, oggi meno persone sbarcano sul suolo europeo perché più persone muoiono in mare o in terre libiche. Dal punto di vista politico-sociale, molte domande fondamentali rimangono senza risposta: chi dovrebbe ospitare questo contingente demografico? Come dovrebbe essere fatta questa accoglienza? Qual è il ruolo dell’Europa, come blocco nella divisione dei debiti? Quali sono le migliori opzioni di integrazione? Chi paga il conto? In alto mare, tuttavia, le risposte sono chiare e il risultato di questa equazione è sempre più semplice: ogni giorno migliaia di persone vengono gettate in mare pronte a morire piuttosto che tornare all’inferno libico. Per questo, per rifugiati e immigrati, il flirt tra il governo italiano e i gruppi libici è molto più di una pena di morte; è una condanna alla “pena di vita”.

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Fonte: @kepafuentes_personal
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